Basta un “sol” armonico pizzicato sulla corda del contrabbasso per entrare nel mondo di Roots, ultimo lavoro firmato da Daniele Di Bonaventura e Arild Andersen uscito per Tǔk Music il 21 marzo scorso. Una nota evocativa, seguita da altri armonici che catturano lasciandoti senza fiato, abbandonato alle emozioni di un viaggio che dura 46 minuti. Le fermate di questo treno che corre sui binari della maestria e dell’improvvisazione sono dieci. Dieci stazioni dove il bandoneon di Daniele e il contrabbasso di Arild parlano fitto, raccontandosi storie, rivangando ricordi, guardando al futuro.
Daniele Di Bonaventura è uno di quegli artisti che siete abituati a trovare su Musicabile. Abile quanto creativo, si esprime con il bandoneon o con il pianoforte. Arild Andersen, norvegese, è un contrabbassista di rara purezza ed eleganza. A 79 anni continua a suonare, comporre e girare il mondo per concerti. «È una meraviglia d’uomo!», mi racconta Daniele. «Tre anni fa sono andato a prenderlo all’aeroporto di Bari. Arrivava da Oslo, aveva una valigia gigantesca e il flight case con dentro il contrabbasso… E io che mi lamento perché devo portarmi in giro il bandoneon e il mini trolley cercando di volare leggero! Un musicista d’altri tempi…».
Roots, racconta le radici dei due musicisti, il loro incontro tra la musica “mediterranea”, di cui il bandoneonista marchigiano si alimenta, e la struggente sensibilità nordica che Andersen dispensa con generosità e decisione. L’intersecarsi dei due strumenti, il primo etereo e sacrale, il secondo più terreno, legato alla natura, al legno, alla profondità del suono hanno prodotto un disco equilibrato, elegante, magico. Il viaggio di cui accennavo all’inizio è reale, lo si fa per davvero ascoltando il loro disco. Si apre con l’omaggio a L’amico norvegese, il batterista Paolo Vinaccia venuto a mancare troppo presto, collegamento tra Daniele e Arild: improvvisazione pura nata nello studio di registrazione di Stefano Amerio a Cavalicco (Udine). Segue il toccante racconto, 5 minuti e 54 secondi, de L’ultimo addio, per arrivare a metà percorso dove la sosta si fa più lunga, 10 minuti e 38 secondi. L’argomento lo richiede: Roots, il brano che dà il titolo all’album, è lo spartiacque, il punto dove tutto confluisce: le esperienze musicali dei due artisti, la creatività, la storia, ma soprattutto il valore dell’incontrarsi e del condividere un percorso comune. L’uso della loop station sul contrabbasso rende l’ascolto mistico, creando un tappeto armonico di grande effetto. C’è un’altra improvvisazione divisa in due parti, Maria’s Dream e Maria’s Song, che risalta in Roots. Nella seconda parte il contrabbasso ha l’incedere di un’aria bachiana. Le note ricordano il canto di un baritono, mentre il bandoneon ricama eleganti trame.
Ho chiamato Daniele d’impeto un sabato pomeriggio dopo aver ascoltato e riascoltato Roots. Ci siamo fatti una bella chiacchierata sul disco e sulla collaborazione con Arild che ormai dura da sette anni…
Com’è nato il sodalizio con Andersen?
«Ho conosciuto Arild grazie a Paolo Vinaccia, batterista, percussionista italiano che ha vissuto e lavorato per quarant’anni a Oslo, fino alla sua morte sei anni fa. Paolo è stato uno dei primi italiani a incidere per la ECM. L’ho visto anni fa a un concerto suonare in trio con Arild e Tommy Smith, da poco avevano fatto un disco con ECM. È stato allora che ho incontrato Andersen. Conoscevo la sua musica, il suo modo di lirico suonare, l’uso dell’elettronica sul contrabbasso. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto collaborare insieme in futuro. Lui mi ha lasciato la sua mail, così gli ho scritto e abbiamo iniziato a suonare in trio con Paolo. Quando Paolo se n’è andato dopo una brutta malattia abbiamo continuato in duo. Ci piaceva questa dimensione onirica, lirica del suono, così non abbiamo cercato più nessun percussionista. Siamo andati in tour in Romania, Ungheria e poi in Italia. Dopo qualche anno che suonavamo insieme gli ho proposto di registrare il disco. Ci siamo trovati ad Artesuono, lo studio di registrazione di Stefano Amerio, in piena estate. Stefano è stato molto carino, era in vacanza con la famiglia, l’ha interrotta per due giorni, perché ci teneva a conoscere Arild e a registrarci».
Era l’anno scorso?
«No, tre anni fa, nel 2022. In questi due anni e mezzo abbiamo continuato a tenere concerti, senza fretta di pubblicarlo perché cercavamo un’etichetta importante. Abbiamo sentito Manfred Eicher patron dell’ECM, però aveva altri progetti in corso. Le cose stavano andando per le lunghe, così ho chiesto a Paolo Fresu se voleva pubblicarci sulla sua etichetta Tǔk Music. Ha ascoltato il disco, gli è piaciuto molto ma dovevamo aspettare la programmazione dell’anno successivo. Così è stato. Questa è la diciannovesima pubblicazione che ho realizzato con l’etichetta di Paolo! Me l’ha fatto notare Luca Devito (coordinatore della produzione della Tǔk, ndr)… non ci credevo, mi sembrava di averne fatte molte meno».
Tǔk lavora bene e propone sempre progetti interessanti…
«Paolo è un maniaco della bellezza, cura tutto, anche la cover del disco che deve essere sempre un’opera d’arte (in questo caso è dell’artista nuorese Mario Fois Carta, ndr). Dietro ogni disco c’è un bel lavoro e un solido staff, e questo per un artista è il massimo. Dopo soli 15 giorni d’uscita Roots ha superato i 12mila streaming, non è poco. Conta molto anche l’essere in compagnia di un gigante come Arild Andersen!».
Veniamo al disco: come lo avete concepito?
«Abbiamo deciso di fare solo nostre composizioni, così ci siamo divisi i compiti. Ognuno ha portato del materiale che potesse funzionare. Arild ha scelto alcuni brani, qualcuno lo aveva anche già registrato, e pezzi nuovi. Io ho fatto lo stesso. Una volta in studio abbiamo scelto solo i pezzi originali. Lo studio di registrazione ti porta a lavorare di più col suono, con la sua pulizia… abbiamo fatto editing: ci sono due o tre brani con alcuni loop che Ariel usa sia dal vivo sia in studio, però lì abbiamo potuto fare il lavoro con più calma».
È stato un processo creativo dell’ultimo minuto, quello che di solito riesce meglio!
«Abbiamo cambiato le carte in tavola durante la registrazione, nella mia testa avevo ben chiaro cosa costruire, e cioè un disco più rarefatto che esaltasse le sonorità di Arild. Prendi Roots, il pezzo che dà il titolo al disco: non l’abbiamo mai eseguito dal vivo e quando in sala di registrazione abbiamo iniziato a suonarlo sembrava un brano dei Pink Floyd… Così lo volevo, legare il bandoneon a sonorità il più europee e all’avanguardia possibili!».
Ed è per questo che avete chiamato l’album Roots?
«No! Il pezzo aveva già questo titolo. Visto che il brano è a metà disco, ed è quello più lungo, ho proposto ad Arild di chiamare così anche l’album. È un titolo perfetto che funziona per noi, perché, comunque sia, ognuno di noi ha portato le proprie radici in studio, le sue nordiche e le mie mediterranee. Molte cose in questo lavoro si sono incastrate da sole, con altrettanta semplicità».
Perché Maria’s Dream e Maria’s Song?
«Sempre in studio ci siamo divertiti a suonare delle improvvisazioni libere, completamente inventate all’istante. Ne erano uscite tre. Quando ci siamo riascoltati i brani a casa, ognuno di noi ha fatto una scaletta che poi abbiamo confrontato. Io avevo tolto qualche pezzo, Arild, invece, ha insistito per metterli tutti, anche le improvvisazioni libere, secondo lui utili perché funzionavano come contrasto alle composizioni vere e proprie. Ed effettivamente sono belle. La prima è L’amico norvegese, brano che ape il disco e che ho dedicato a Paolo Vinaccia. Si tratta di un’improvvisazione completamente libera, non c’è tema, sarebbe impossibile rifarla. La seconda è Maria’s Dream – la terza l’abbiamo scartata perché non eravamo convinti. Maria’s Dream è stata divisa in due temi, ma senza staccarli, in continuità. La prima improvvisazione l’ho depositata a nome mio, mentre la seconda, Maria’s Song, l’abbiamo ridepositata, tutti e due insieme. Gli altri brani sono firmati da me o da Arild».
L’album ha una narrazione coerente…
«Lo trovo anch’io. Non so perché, ma siamo riusciti a dargli una sua storia… L’ho risentito un paio di volte per vedere se la scansione dei brani, per il loro carattere, era corretta. Lo era, e non vedevo l’ora di pubblicarlo. È un disco molto, molto particolare sia per l’abbinamento dei due strumenti, rarissimo da trovare, sia per l’utilizzo dell’elettronica, ma soprattutto dal punto di vista musicale. Sono strafelice, era un mio sogno, ce l’ho fatta e Arild mi ha appoggiato pienamente. Adesso mi scrive chiedendomi quando lo porteremo in concerto».
Già, avete già programmato alcune date?
«Bella domanda, non ho fatto niente! La verità è che mi trastullo, vivo in campagna, ho altri progetti su cui sto lavorando da tempo. Mi sembra un lavoro difficile da proporre perché è, tra virgolette, poco commerciale. Dovrei mettermi a lavorare sulla promozione, ma ora è tardi, l’estate è già andata. Lo faremo di sicuro, promesso!».