( fonte Tgcom)
Alessandro Loi, nome d’arte AleLoi. È un bassista torinese coinvolto in diversi progetti con gli Statuto, i Fratelli Lambretta Ska Jazz, Silvia Tancredi, Eugenio Mirti&The Bad Faith, che naviga tra funk, soul, jazz, blues, R&B e gospel, genere a cui è stato introdotto da Gigi Rivetti, pianista e producer, prezioso collaboratore nella fattura di questo primo disco solista di Alessandro, It Smells Funny, otto brani per 44 intensi minuti d’ascolto. Il titolo è stato estrapolato da una frase pronunciata da Frank Zappa a proposito del jazz: «Jazz is not dead, it just smells funny».
Su questa dichiarazione zappiana Loi ha costruito il procedere di questo lavoro. Una fusion, questo è sicuro, che però va oltre il genere come concettualmente concepito fin dagli anni Settanta. A partire dallo strumento: suona un basso costruito da Umberto e Massimo Mari. «Umberto è stato il mio storico maestro ed era un liutaio bravissimo», ricorda. Uno strumento che trasmette calore, versatile, dal suono pieno e rigoglioso. E, se allo strumento si aggiunge l’esperienza pluriennale del musicista e la creatività del compositore, tutto, in It Smells Funny, trova… quell’odore, profumo, diverso.
Si parte con The Throne Room, brano con un groove accennato caratterizzato dai dialoghi fra sax e trombone con un piano Rhodes a fare da contrappunto etereo. Oltre alla bravura dei musicisti che non si cristallizza sulla performance ma scava nelle emozioni della scrittura di Loi, il disco è un incedere traccia dopo traccia verso un suono alla ricerca dell’anima jazz partendo dai generi che lo hanno formato e da quelli con i quali s’è evoluto, soprattutto dalla fine degli anni Sessanta in poi. Luna Storta che vede la partecipazione di Fabrizio Bosso è una gioiosa espressione di empatia, botta e risposta tra fiati, il basso che traccia sentieri ritmici, diventando protagonista con uno slap da manuale.
Con lui una band che per l’occasione ha deciso di battezzarsi Toxic Jazz Factory, giocando sul ruolo che s’è data nell’esecuzioni di un album che di groove ne ha da vendere grazie a soluzioni armoniche e ritmiche mai fini a loro stesse, ma succose, non stucchevoli. «Il mio suono è così, sincero, non riesco a mostrarmi diverso da quello che sono», racconta durante la chiacchierata che ci siamo fatti alcuni giorni fa.
Hai iniziato con il basso elettrico o con il contrabbasso?
«Nasco con il basso elettrico, che era e resta il mio strumento principale, il mio grande amore. Qualche anno fa mi sono messo a studiare il contrabbasso, perché suonare più strumenti diversi ti cambia la prospettiva, ti fa pensare a non diventare troppo “strumentista” – che non fa mai tanto bene – e più “musicista”. E poi anche a metterti in relazione con gli altri musicisti che suonano con te, a pensare più da band o da compositore che da bassista e basta».
Nasci come musicista jazz?
«Ho iniziato a suonare tanto tempo fa, proprio quando si stava vivendo l’ultima stagione della fusion storica. Allora si ascoltavano i vari Michael Jackson, John Patitucci, Miles Davis con Marcus Miller, per cui veniva da pensare che il jazz fosse quasi più quello che il genere tradizionalmente inteso. Poi le cose sono cambiate, ciò che mi ha lasciato quel periodo è stato il continuare a pensare in maniera molto aperta. Lo vediamo sempre più spesso nei dischi americani e nei festival jazz, anche italiani: nello stesso cartellone ci sono artisti puramente jazz e musicisti di altre matrici, che so, gente come Robert Glasper e, quando era ancora in vita, Wayne Shorter».
D’altronde il concetto di jazz è apertura, condivisione…
«Vero, ma non riesco a essere un purista! Ascolto tantissimo jazz ma anche tanto Pino Daniele!».
Daniele era un geniaccio!
«Condivido. In effetti nel mio album ci sono almeno un paio di pezzi nei quali ci si accorge parecchio molto quanto l’ho ascoltato…».
Quali brani sono?
«Una parte di Talking to yourself e Novembre. Quest’ultimo era nato in realtà con dei suoni più simili al resto all’album. Mentre lo stavo arrangiando è morto Chick Corea. Così mi è venuto spontaneo pensare a cosa avrebbero potuto fare negli anni Settanta Corea e Daniele se si fossero incontrati allora. Da lì è nata l’idea di dargli quell’atmosfera Seventies…».
Citi spesso quello che Frank Zappa diceva sul jazz: è una musica che ha un profumo curioso. Così la pensava anche Miles Davis. Da dove arriva il tuo amore verso questa tua continua ricerca?
«Che dire… Ho seguito le note fin da bambino, da quando mai avrei pensato di diventare un musicista. La mia voglia di suonare e scrivere è nata dal cercare di far rivivere agli altri le stesse sensazioni che avverto quando ascolto io musica. Restituire emozioni, senza pretese di considerarmi un purista: prendersi troppo sul serio sarebbe assolutamente fuori luogo».
Dunque, hai voluto ben definirti come artista…
«Ho cercato di essere il più possibile sincero. C’è gente che, artisticamente, riesce a fingere di avere un’identità musicale che non ha. Io non ne sono capace. Piuttosto che rischiare di essere qualcosa che non sono e cadere miseramente al secondo ascolto, tento di essere me stesso fino in fondo. Vada come vada, per me l’onestà artistica è l’ABC di questa professione».
Giusto, ma non così scontato…
«È l’unica scelta possibile, la penso così. Per fortuna il mondo è anche pieno di persone che sanno ascoltare. Ci lamentiamo del fatto che ultimamente ci sia brutta musica… eppure, cercando, trovi tanta bellissima musica e un pubblico che la sa apprezzare. Porsi in maniera insincera, non paga. Almeno, se lo facessi io mi beccherebbero subito!».
Ogni periodo ha le sue novità, la tecnologia ha cambiato il modo di fare musica e di ascoltarla. Però di fondo un’artista è un’artista, non c’è intelligenza artificiale che tenga, quell’emozione un algoritmo ancora non la trasmette. Guarda certi trap e rap fatti tutti uguali, buttati lì solo per guadagnare…
«In questi casi stiamo parlando di intrattenimento, che è sempre esistito. Sono cresciuto tra gli anni ’80 e ’90, non voglio dire parolacce, ma allora c’era tanta di quella schifezza in giro… E ora c’è un revival proprio di quella musica. Sono convinto che se i ragazzi oggi ascoltassero le produzioni belle di quegli anni, queste riuscirebbero ancora a trasmettere emozioni. Alla lunga la prova del tempo è l’unica che vale, quindi… dobbiamo aver pazienza e beccarci tutto quello che viene!».
Come hai costruito il tuo primo disco? L’hai composto pensando a un lavoro compiuto o sono brani che hai scritto nel tempo e poi armonizzati in un format?
«La seconda, anche perché alcuni pezzi sono lontani cronologicamente tra loro. L’album è nato in maniera eterogenea. Per me è un valore aggiunto, perché hai la possibilità di avere una tavolozza con una gran varietà di “colori”. È proprio il variare da un’atmosfera all’altra che crea l’uniformità del disco. È una fusion naturale, spontanea, non costruita per stupire, ma per emozionare».
Nel disco si sente funk, gospel, blues, R&B. Qual è il genere che più si avvicina vicina al tuo modo di suonare e di intendere il jazz?
«Ci stavo pensando proprio in questi giorni, visto che sto cominciando a ragionare su un nuovo lavoro. Mentre scrivevo il disco avevo una forte influenza funk, poi mi sono reso conto che la mia scrittura si era avvicinata molto di più al R&B e al Soul piuttosto che al funk vero e proprio. In tutto questo sono stato condizionato non poco dalle tonnellate di ascolti di Horace Silver, e credo si senta!».
Stai pianificando live per presentare il disco?
«Stiamo lavorando ad alcuni concerti, non voglio dire nulla per scaramanzia! Presenteremo il disco, questo è sicuro, al Torino Jazz Festival il prossimo 17 aprile».
Chi sono i Toxic Jazz Factory?
«Con Gigi Rivetti, bravissimo producer e pianista con cui ho già suonato in tante formazioni musicali – è da vent’anni con gli Statuto -, ho cercato di dare un nome alla band che potesse ben rappresentare il tipo di progetto, quindi abbiamo deciso per Toxic Jazz Factory. Nella formazione oltre a Gigi, ci sono Alberto Borio, trombonista, leader dei Fratelli Lambretta Ska Jazz, con cui collaboro da anni, lo strepitoso Simone Garino al sax contralto e soprano e il batterista Giulio Arfinengo, che ha vent’anni meno di me e suoniamo insieme da quando lui aveva 18 anni! Siamo tutti amici e musicisti che si conosco molto bene, per cui l’intesa è ottima».
Ultima domanda: ho visto quel bellissimo video di presentazione di Luna Storta. Chi è l’autore dei disegni?
«Io! Da ragazzo ero indeciso se fare il pittore o il musicista, per cui avevo frequentato anche l’Accademia di Belle Arti. Nessuno di noi aveva pensato di prevedere un video di lancio per il disco, così non avevamo fatto riprese in sala di registrazione. Ho pensato di provare a rimettere in campo le mie capacità di disegnatore. Ed è uscito piuttosto bene, dai!».