SUPERA IL PIRATA E FA SUO ORMAI IL TOURNon si è mai alzato sui pedali, e quando è arrivato non sembrava neanche stanco. Invece aveva appena spianato i 21 tornanti dell’Alpe d’Huez. Per Tadej Pogacar è sembrato più complicato togliersi di torno gli spettatori indemoniati che erano sulla salita più bella da due giorni (e due notti) che andare a riprendere in fila indiana i reduci dalla fuga: uno alla volta. Fino a Sepp Kuss, Lenny Martinez e Richard Carapaz, non proprio tre scartini in salita. C’è da capirli, gli altri del gruppo: lo sloveno corre contro i record, la leggenda, i miti, e loro corrono come se lui non ci fosse, ognuno con il suo piccolo o grande obiettivo: la maglia a pois, il secondo posto, il podio, chiudere il Tour nella top10, essere il primo francese, il primo spagnolo, il più giovane, il più vecchio. Ognuno a rincorrere i suoi guai, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso. E ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, direbbe Vasco Rossi. Corrono come se Pogacar non ci fosse. "Tanto lui è irraggiungibile", dice alzando le spalle Sepp Kuss, che preferisce concentrarsi sul mancato accordo con Carapaz e Martinez, non che se fossero andati d’accordo sarebbe cambiato qualcosa. "Lui vince il Tour con una gamba sola", chiarisce il belga Maxim Van Gils, compagno di Evenepoel alla Bora. Quanto a Remco, che è sempre secondo ma adesso a 7’11” dalla maglia gialla, risponde a chi lo accusa di non averci provato. "Non ho intenzione di correre rischi folli che metterebbero a repentaglio il mio secondo posto".